Bartokosmos
“Bartokosmos. Il nome di questo progetto nasce dalla suggestione del
magico kosmos di Béla Bártok, nel quale in due anni di lavoro ci siamo
immersi in modo quasi naturale, cogliendo nella sua musica una
particolare sintonia con i nostri caratteri.
Abbiamo subìto il
fascino di Bártok innanzitutto leggendo la sua biografia: una vita
tormentata, segnata da un’epoca di guerre, di cambiamenti sociali, di
svolte politiche che hanno decisamente caratterizzato la sua scrittura,
insieme all’influenza della musica popolare ungherese. La musica scarna e
al contempo melodica, l’immediatezza della scrittura e l’oscurità
dell’espressione ci hanno svelato a poco a poco l’incredibile attualità
del suo linguaggio. Tutti questi aspetti, ricondotti alla nostra
quotidianità, pur in modo difforme, ci hanno portato alla scelta di
suonare Bártok con un approccio quasi punk..
Nel vastissimo magma
dei Mikrokosmos, brevi esercizi per pianoforte composti per gli studi
del figlio, abbiamo dunque individuato le linee melodiche più vicine al
nostro suono e al nostro linguaggio, rispettando fedelmente la scrittura
originale, per arrivare a costruire grandi affreschi, scuri, elettrici,
visionari. Ne abbiamo tratti dieci quadri finali, lavorando
sull’insieme del quartetto, senza virtuosismi o protagonismi; laddove
siano presenti, infatti, sono strettamente funzionali alla costruzione
della musica, per poi fluire, insieme, al risultato più efficace.”
“Bartokosmos
rised up from the bewitching kosmos created by Béla Bártok, where we
lost ourselves in for two years, working as its magical dimension was
our native element and finding us being in tune with his music in a very
special way.
First, we were influenced reading Bártok’s biography:
his musical scores clearly bear the signs of a troubled life, spent in a
time of war, social transformations and political revolvement, as well
as the memory of Hungarian folk music. Day by day, his bare but
melodical music, his quick but expressive and obscure writing have
revealed us how modern his language is, how topical too. Bringing all
these qualities to our daily lives, no matter how different from his,
our Bártok came to be almost punk.
Delving deeper in the magmatic
world of Mikrokosmos, short piano exercises composed for his son, we
selected those melodical lines which are more sympathetic with our
feeling for sound, music and language, then, through complete respect
for the original score, we tried to drawwide, dark and electrical
visions. This is Bartokosmos: ten panels, a properly eight-handed
musical project, the work of a quartet far from main character and
showing-off quirk. Music as a structure is the ruler and the musicians
is a servant, a function, taking part of the whole, flowing from our
instruments, altogether sound.”
Recensione Ciriè Arts &
Jazz Festival (10 ottobre 2008)
E' questo un concerto davvero
strabiliante, che parte da un'idea assai complessa che i Nostri hanno
deciso di intitolare 'Bartokosmos'. La crasi è rappresentata
dall'attenzione del gruppo per l'estetica musicale di Béla Bartók e
dall'approfondimento di una delle opere notevoli del compositore, ossia
'Mikrokosmos'. La passione per questo progetto nasce dalla matrice
popolare che segna la produzione di Bartók e dall'attrazione per alcune
linee melodiche che il gruppo ha cercato di adattare e arrangiare, in un
modo così insolito e profondo da auspicare al più presto l'uscita di un
disco. La performance è in qualche modo teatrale, con Battaglia in
grande serata pronto a percuotere i tasti del pianoforte anche con una
bottiglia, facendone scaturire un suono singolare e perfetto per
l'interplay, Marchesano che con le sue bellissime imponenti mani si
alterna al contrabbasso e al basso elettrico, Bruna che muove conchiglie
e cubetti di ghiaccio per simulare suoni liquidi e alla batteria è
davvero notevole: secco, preciso, 'seriamente implicato'. Ma soprattutto
è il gioco della tromba di Ramon Moro a dare un senso di suono sospeso,
un bellissimo fruscio che in un attimo diventa un tema tiratissimo
mentre sotto accade di tutto e la sezione ritmica è scatenata,
un'improvvisazione sapiente e geniale sulle pedaliere che non permette
al cervello alcuna codificazione. Può solamente scaturire l'idea di una
sorta di 'metal jazz', e a loro peraltro non dà fastidio se evoco gli
Apocalyptica nel complimentarmi...
La sperimentazione - una tra le
parole chiave di questo progetto - non dà la sensazione di essere in
sala di registrazione ma arriva diretta e precisa allo spettatore,
grazie anche a un'amplificazione molto accurata. In questo senso il
pubblico è totalmente conquistato e richiede un doppio bis. E c'è anche
chi sussurra che varrebbe persino la pena di approfondire la musica di
Béla Bartók: dunque potenzialità di link mentali, forte impatto,
conoscenza. Obiettivi non facili da perseguire, ma tutti raggiunti.
Altro che 'Quiet' men...
Lorenza Cattadori - Jazz Convention year
2008
Recensione 33° RomaJazzFestival (17 novembre 2009):
Conoscevo
già l’accoppiata “3Quietmen-Stefano Battaglia” per averla ascoltata su
disco ma francamente devo confessare che in concerto mi ha convinto
molto di più. Innanzitutto l’interazione fra il trombettista Ramon Moro,
il bassista Federico Marchesano e il batterista Dario Bruna è
assolutamente perfetta: i tre si intendono magnificamente grazie ad un
idem sentire che li porta ad esprimersi sulla stessa lunghezza d’onda
adoperando un linguaggio non semplicissimo. Il moderato uso
dell’elettronica che nulla toglie al lirismo della tromba, i temi ben
scritti e altrettanto ben strutturati, il sound così fortemente
caratterizzato nel senso di un forte richiamo alle atmosfere
“metropolitane” conferiscono al gruppo una caratterizzazione ben precisa
che può piacere o meno ma che di sicuro ha il pregio dell’originalità.
C’è
poi l’altra metà del progetto costituita da Stefano Battaglia che non
esiterei a definire tra i migliori pianisti attualmente in esercizio.
Dopo un lungo apprendistato, Stefano ha oramai avuto modo di affermarsi
compiutamente grazie ad una tecnica sopraffina e ad un linguaggio che
nulla concede allo spettacolo, sempre concentrato sulle proprie esigenze
espressive. Di qui un pianismo che non disegna quei territori di
confine tra jazz e musica colta così difficili da frequentare con
successo e padronanza. Date queste premesse, Stefano ha accettato di
buon grado questa nuova sfida che lo vede inserito in un contesto in cui
il suo apporto risulta assolutamente determinante. Così è stato davvero
un piacere per le orecchie ascoltare con quanta determinazione e
fattiva partecipazione il pianista ha dialogato con gli altri tre in una
sorta di continui rimbalzi sonori che hanno appassionato gli
ascoltatori per tutta la durata del concerto.