3quietmen & Stefano Battaglia

Bartokosmos

“Bartokosmos. Il nome di questo progetto nasce dalla suggestione del magico kosmos di Béla Bártok, nel quale in due anni di lavoro ci siamo immersi in modo quasi naturale, cogliendo nella sua musica una particolare sintonia con i nostri caratteri.
Abbiamo subìto il fascino di Bártok innanzitutto leggendo la sua biografia: una vita tormentata, segnata da un’epoca di guerre, di cambiamenti sociali, di svolte politiche che hanno decisamente caratterizzato la sua scrittura, insieme all’influenza della musica popolare ungherese. La musica scarna e al contempo melodica, l’immediatezza della scrittura e l’oscurità dell’espressione ci hanno svelato a poco a poco l’incredibile attualità del suo linguaggio. Tutti questi aspetti, ricondotti alla nostra quotidianità, pur in modo difforme, ci hanno portato alla scelta di suonare Bártok con un approccio quasi punk..
Nel vastissimo magma dei Mikrokosmos, brevi esercizi per pianoforte composti per gli studi del figlio, abbiamo dunque individuato le linee melodiche più vicine al nostro suono e al nostro linguaggio, rispettando fedelmente la scrittura originale, per arrivare a costruire grandi affreschi, scuri, elettrici, visionari. Ne abbiamo tratti dieci quadri finali, lavorando sull’insieme del quartetto, senza virtuosismi o protagonismi; laddove siano presenti, infatti, sono strettamente funzionali alla costruzione della musica, per poi fluire, insieme, al risultato più efficace.”

“Bartokosmos rised up from the bewitching kosmos created by Béla Bártok, where we lost ourselves in for two years, working as its magical dimension was our native element and finding us being in tune with his music in a very special way.
First, we were influenced reading Bártok’s biography: his musical scores clearly bear the signs of a troubled life, spent in a time of war, social transformations and political revolvement, as well as the memory of Hungarian folk music. Day by day, his bare but melodical music, his quick but expressive and obscure writing have revealed us how modern his language is, how topical too. Bringing all these qualities to our daily lives, no matter how different from his, our Bártok came to be almost punk.
Delving deeper in the magmatic world of Mikrokosmos, short piano exercises composed for his son, we selected those melodical lines which are more sympathetic with our feeling for sound, music and language, then, through complete respect for the original score, we tried to drawwide, dark and electrical visions. This is Bartokosmos: ten panels, a properly eight-handed musical project, the work of a quartet far from main character and showing-off quirk. Music as a structure is the ruler and the musicians is a servant, a function, taking part of the whole, flowing from our instruments, altogether sound.”

Recensione Ciriè Arts & Jazz Festival (10 ottobre 2008)
E' questo un concerto davvero strabiliante, che parte da un'idea assai complessa che i Nostri hanno deciso di intitolare 'Bartokosmos'. La crasi è rappresentata dall'attenzione del gruppo per l'estetica musicale di Béla Bartók e dall'approfondimento di una delle opere notevoli del compositore, ossia 'Mikrokosmos'. La passione per questo progetto nasce dalla matrice popolare che segna la produzione di Bartók e dall'attrazione per alcune linee melodiche che il gruppo ha cercato di adattare e arrangiare, in un modo così insolito e profondo da auspicare al più presto l'uscita di un disco. La performance è in qualche modo teatrale, con Battaglia in grande serata pronto a percuotere i tasti del pianoforte anche con una bottiglia, facendone scaturire un suono singolare e perfetto per l'interplay, Marchesano che con le sue bellissime imponenti mani si alterna al contrabbasso e al basso elettrico, Bruna che muove conchiglie e cubetti di ghiaccio per simulare suoni liquidi e alla batteria è davvero notevole: secco, preciso, 'seriamente implicato'. Ma soprattutto è il gioco della tromba di Ramon Moro a dare un senso di suono sospeso, un bellissimo fruscio che in un attimo diventa un tema tiratissimo mentre sotto accade di tutto e la sezione ritmica è scatenata, un'improvvisazione sapiente e geniale sulle pedaliere che non permette al cervello alcuna codificazione. Può solamente scaturire l'idea di una sorta di 'metal jazz', e a loro peraltro non dà fastidio se evoco gli Apocalyptica nel complimentarmi...
La sperimentazione - una tra le parole chiave di questo progetto - non dà la sensazione di essere in sala di registrazione ma arriva diretta e precisa allo spettatore, grazie anche a un'amplificazione molto accurata. In questo senso il pubblico è totalmente conquistato e richiede un doppio bis. E c'è anche chi sussurra che varrebbe persino la pena di approfondire la musica di Béla Bartók: dunque potenzialità di link mentali, forte impatto, conoscenza. Obiettivi non facili da perseguire, ma tutti raggiunti. Altro che 'Quiet' men...
Lorenza Cattadori - Jazz Convention year 2008

Recensione 33° RomaJazzFestival (17 novembre 2009):
Conoscevo già l’accoppiata “3Quietmen-Stefano Battaglia” per averla ascoltata su disco ma francamente devo confessare che in concerto mi ha convinto molto di più. Innanzitutto l’interazione fra il trombettista Ramon Moro, il bassista Federico Marchesano e il batterista Dario Bruna è assolutamente perfetta: i tre si intendono magnificamente grazie ad un idem sentire che li porta ad esprimersi sulla stessa lunghezza d’onda adoperando un linguaggio non semplicissimo. Il moderato uso dell’elettronica che nulla toglie al lirismo della tromba, i temi ben scritti e altrettanto ben strutturati, il sound così fortemente caratterizzato nel senso di un forte richiamo alle atmosfere “metropolitane” conferiscono al gruppo una caratterizzazione ben precisa che può piacere o meno ma che di sicuro ha il pregio dell’originalità.
C’è poi l’altra metà del progetto costituita da Stefano Battaglia che non esiterei a definire tra i migliori pianisti attualmente in esercizio. Dopo un lungo apprendistato, Stefano ha oramai avuto modo di affermarsi compiutamente grazie ad una tecnica sopraffina e ad un linguaggio che nulla concede allo spettacolo, sempre concentrato sulle proprie esigenze espressive. Di qui un pianismo che non disegna quei territori di confine tra jazz e musica colta così difficili da frequentare con successo e padronanza. Date queste premesse, Stefano ha accettato di buon grado questa nuova sfida che lo vede inserito in un contesto in cui il suo apporto risulta assolutamente determinante. Così è stato davvero un piacere per le orecchie ascoltare con quanta determinazione e fattiva partecipazione il pianista ha dialogato con gli altri tre in una sorta di continui rimbalzi sonori che hanno appassionato gli ascoltatori per tutta la durata del concerto.